28
02
2020

Stereotipi? Obiettivo zero per cento

Secondo i dati Istat (2019) il 23,9 per cento degli italiani ritiene che “le donne possono provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire. Questo stereotipo, pur ascrivibile ad un codice primitivo, è evidentemente tuttora attuale e non sorprende, posto che i media spesso riportano come argomentazioni simili siano utilizzate nelle strategie di difesa allo scopo di screditare le vittime di violenza sessuale. In risposta, l’arte visiva e i social possono essere utili vettori di sensibilizzazione verso comportamenti rispettosi della sensibilità delle donne, nonché efficaci promotori di una cultura della nonviolenza (anche verbale), e sono molte le iniziative di informazione e di ri-orientamento culturale attivate negli anche in Italia su ispirazione di progetti internazionali.

L’ABITO NON FA IL MONACO

A Dublino, ad esempio, contro l’assoluzione di uno stupratore nel 2018 motivata appunto dal tipo di biancheria indossata dalla vittima, le donne irlandesi hanno dato l’avvio ad una protesta (anche con un’istallazione artistica ad hoc) e ad una riflessione nota come #ThisIsNotConsent, grazie ad una campagna rilanciata dai social in tutto il mondo. In Italia, invece, dal 2019, sono le installazioni della mostra itinerante What Were You Wearing? ad illustrare al pubblico storie di abusi accanto all’esposizione di abiti rappresentativi dell’abbigliamento indossato dalla vittima al momento della violenza subita. Tutti i capi esposti si trovano comunemente negli armadi di tutte e, altrettanto comunemente, vengono indossati nella vita di tutti i giorni (si vedono jeans, magliette sportive, pigiami o grembiuli per le pulizie) e attestano quanto non sia certamente un vestito a generare la violenza oltre a volere auspicalmente essere d’aiuto nell’elaborazione del trauma (a livello psicologico, l’espressione può generare il portato positivo di una percepita liberazione).

NON È SOLO UN PROBLEMA D’ABITO

I dati disponibili sul tema (Istat, 2019) tratteggiano un’immagine sociale della violenza sessuale preoccupante, con un persistente pregiudizio che ne ascrive –in modo generalizzato– la responsabilità alle donne (il 39,3 per cento della popolazione italiana ritiene che una donna possa sottrarsi ad un rapporto se davvero non lo vuole e il 10,3 per cento ritiene che spesso le accuse di violenza sessuale siano false). Anche altre recenti rilevazioni (Eures, 2019) confermano come il panorama nazionale presenti numeri allarmanti e in peggioramento (in caso di reato di violenza sessuale, le vittime sono di genere femminile nel 92 per cento dei casi contro l’89,9 per cento dell’anno precedente). L’aumentato numero delle denunce (+5,4 per cento) potrebbe significare che la conoscenza dei diritti e delle soluzioni esistenti è crescente e le campagne di informazione sortiscono effetti positivi.

CANALI SOCIAL, RETI DI SOSTEGNO E COMUNITÀ SOLIDALI

Sul ruolo fondamentale delle arti nelle azioni culturali a contrasto e prevenzione della violenza di genere si è recentemente espresso anche UNIRE (Università Italiane in Rete per la Prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica) e, nel realizzare una maggior sensibilizzazione, i canali social possono avere certamente una parte importante (recentissima a riguardo è la viralità dei video basati sull’inno “El Violador eres Tù”) e questo vale soprattutto quando consentono di intessere reti di sostegno e generare comunità solidali, nonché di dare forma ad una trasformazione sociale dalla base. Molta informazione e mobilitazione è infatti realizzata da blog e social con efficacia, dato che l’agire in comunità e il confrontarsi sulle proprie esperienze produce effetti di riconoscimento e supporto e può svolgere una funzione di giustizia informale. In proposito, sono un esempio virtuoso le campagne #Catcalls, attivate da collettivi di studentesse che raccolgono le denunce di molestie verbali accadute alle coetanee (leggendo i post è evidente quanto il fenomeno del body shaming sia esteso e quanto comporti per le destinatarie un grande dispendio di energie mentali per essere fronteggiato).

 

LAVORARE PER UN’INFORMAZIONE CHIRURGICA

Formule informative come quelle descritte in questo articolo poggiano appunto sui canali visivi con efficacia, ma potrebbero lasciare scoperte alcune parti della popolazione. Infatti, gli stereotipi di genere interessano tuttora il 58,8 percento della popolazione e sono più diffusi al crescere dell’età (65,7 per cento tra gli anziani e 45,3 per cento tra i giovani), al Sud e quando il titolo d’istruzione è basso (Istat, op. cit.).

Riuscire a localizzare dal punto di vista anagrafico e geografico il posizionamento degli stereotipi non ha scopi di additamento sterile, ma è uno strumento potente perché potrebbe orientare le politiche di sensibilizzazione future in modo chirurgico e renderle così più efficaci. In proposito è stata avviata recentemente anche un’analisi dell’hashtag #MeToo (Botti F. et al., 2019) che ha raccolto 2.178.996 tweet di 905.357 utenti twitter e che potrebbe appunto corroborare la comprensione dei cambiamenti culturali raggiunti e di quelli ancora necessari per eliminare la violenza di genere.

Posto che affinché la società sia davvero libera dagli stereotipi di genere occorrono anche uomini femministi, è decisivo che le azioni genitoriali in proposito siano realizzate anche verso i figli maschi, utilizzando un mix adeguato di comportamenti e linguaggio, ad esempio con un’educazione ai sentimenti e alla cura di sé e degli altri che li renda altresì adattivi ai mutamenti in atto nel mercato del lavoro (Cain Miller, 2017). Il tutto verso l’obiettivo molto sfidante ma che vorremmo presto leggere in un futuro comunicato stampa Istat: “Stereotipi rilevati nello 0% dei casi”.

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Autore: ELEONORA MAGLIA

PhD di Economics, attualmente svolge attività di ricerca per il Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi di Torino e collabora all’Osservatorio Nazionale sulle Politiche Sociali dell’Istituto di Ricerca Sociale di Milano. I risultati delle sue ricerche sono stati presentati in occasione di convegni accademici nazionali e pubblicati in riviste scientifiche e in volumi di ricerca collettanei.