14
09
2017
SMARTWORKING: filosofia, cos'è e cosa non è

SMARTWORKING – L’ABC DI UNA RIVOLUZIONE CULTURALE

Quante volte abbiamo sentito parlare di Smartworking? Tante. Spesso anche qui, su questo blog. Ma come durante ogni rivoluzione culturale –perché sì, è di questo che si tratta- risulta sempre difficile avere un quadro definito della questione, sballottati tra le tante voci e le tante definizioni che si rincorrono su giornali e siti dedicati. Eppure l’argomento interessa moltissimo a VitaminaC; perché interseca lavoro, benessere e innovazione. Per questo motivo ho cercato di vederci più chiaro, e sono partita proprio dall’ABC.

Cos’è?

Nel concreto è un modo nuovo di concepire il lavoro dipendente, slegato dal vincolo della presenza fisica in ufficio, grazie all’utilizzo di tool digitali e tecnologie che permettono agli smartworker di rimanere connessi con il loro team, lavorando a distanza. Diventa subito chiaro, quindi, come il lavorare smart non dipenda solo dal lavoratore, ma rappresenti una sfida culturale per tutte le parti in causa, compresa –soprattutto- l’organizzazione (sia essa profit o no profit) per cui lavora.

Cosa non è?

Non è il lavoratore autonomo o il freelance che lavora sul treno, al bar o da casa. Parlare di Smartworking, significa parlare di lavoro dipendente.

Da dove nasce?

Gli obiettivi sono principalmente due e profondamente connessi tra loro:
– migliorare la qualità della vita del lavoratore
– aumentare la produttività dell’azienda

Che cosa cambia rispetto a prima?

Riconoscere al lavoratore la facoltà (e la responsabilità) di scegliere il luogo e il modo a lui più adatto per svolgere la propria mansione, richiede –a monte- un nuovo modello di management che sia in grado di gestire al meglio l’auto-organizzazione dei dipendenti, spostando il presidio dal processo ai risultati, senza esercitare controllo ma dando fiducia – parola chiave dello Smartworking.

Chiaramente, perché un modello gestionale di questo tipo funzioni, c’è bisogno anche di un approccio nuovo da parte del manager nei confronti del suo team di lavoro. Un approccio fortemente basato sulla condivisione e sulla trasparenza comunicativa per tutto quello che riguarda la definizione degli obiettivi e delle metriche adottate per misurarne il raggiungimento.

Qualche numero

Stando ai dati dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, sarebbero già più di 250.000 i lavoratori italiani che beneficiano di questa formula, il 40% in più rispetto a solo tre anni fa. Sono già il 30%, invece, le grandi imprese che hanno adottato questa modalità di lavoro in modo strutturato, alle quali se ne aggiunge un altro 11% che dichiara di lavorare in modo smart, pur senza aver introdotto un progetto sistematico. Dal maggio di quest’anno, esiste una normativa nazionale che regola i rapporti tra l’azienda e il lavoratore, anche in materia di sicurezza, salute e diritto di disconnessione.

Per chi volesse approfondire il tema, sicuramente più ampio e complesso rispetto a questa breve sintesi, può leggere The Smart Working Book (download gratuito qui), un interessante studio sul fenomeno a cura di Koen Lukas HartogAndrea Solimene e Giovanni Tufani.

 

Ti interessa lo smartworking? Allora leggi anche:

SCUSI, DESIDERA DEL LAVORO AGILE?

Autore: Elisa Begni

Ho una laurea in filosofia e un'inesauribile curiosità. Mi affascina il mondo della comunicazione -da quella digitale a quella interpersonale- e mi piace ascoltare le storie che le persone hanno da raccontare. Mi occupo della gestione dell'hub, della creazione della community che gli gravita attorno e dell'organizzazione degli eventi.