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10
2017
Eleonora Maglia, hubber del coworking di Varese Vitamina C, spiega cosa significa tecnicamente fare rete e quali requisiti servono perchè il patto duri nel tempo

Secondo welfare – I progetti in rete, il requisito fiduciario e l’adeguatezza

Oggi proviamo a fare il punto su uno dei concetti emersi nei precedenti articoli e parliamo di reti.

Secondo la Teoria dell’organizzazione, si tratta di artefatti flessibili -che non esistono in natura e che prevedono una possibilità di exit- e si possono intendere come patti senza sanzione resi possibili dalla ragione, dal linguaggio e dalla fiducia.

Vi si ricorre per ridurre i costi di incertezza e i rischi di opportunismo e per ottenere i vantaggi di accesso alle informazioni e di sviluppo di nuove competenze. Nel panorama prettamente aziendale, se ne possono identificare diverse forme, come le organizzazioni network -che ricorrono a pratiche di esternalizzazione, dislocando la produzione in diversi contesti geografici- e i network competitivi -in cui imprese dello stesso settore produttivo creano un consorzio per la vendita dei prodotti, mantenendo però una struttura familiare-.

Perché si configuri una rete è richiesta una certa componente fiduciaria, che ne costituisce anche un risultato. Ne occorre infatti una componente minima per collaborare e avviare relazioni continue e dirette, che a loro volta fanno aumentare i livelli di fiducia stessa. A dimostrazione delle evoluzioni positive possibili su base fiduciaria, in assenza di variazioni formali nel contratto originario, nelle evidenze aziendali si registrano casi di imprese messesi in rete per proporre un catalogo completo, che hanno poi cooperato per progettare e produrre nuovi prodotti.

Un ulteriore elemento centrale affinché il ricorso ai contratti di rete risulti nei fatti positivo è il requisito dell’adeguatezza. Le reti funzionano perché sono inserite in un ambiente idoneo e hanno obiettivi a loro congeniali. In Italia, ad esempio, il ricorso consistente allo strumento del contratto di rete tra imprese si spiega per la prevalenza nella struttura produttiva di PMI che trovano nel ricorso a progetti multistakeholder la possibilità di superare i limiti dimensionali ed accedere così a progetti propri delle grandi imprese senza rinunciare alla autonomia decisionale e gestionale.

Alla luce di questi aspetti, si può concludere che le associazioni attive sul un territorio possono esercitare una funzione di promozione dei progetti in rete: la conoscenza della base associativa e della situazione economica locale e la reputazione positiva accordata dagli associati ne fanno i promotori migliori per attivare contratti di rete e svolgere un ruolo di ponte tra diversi attori sociali.

Una virtuosa realizzazione in questa direzione è anticipata dalle interviste, somministrate a livello regionale, che si rinvengono in letteratura e che attestano come l’identificazione delle associazioni quali promotori di reti sia presente nelle associazioni stesse e come queste facciano effettivamente da garante.

Autore: ELEONORA MAGLIA

Svolgo ricerche sui progetti a finanziamento non pubblico di risposta ai nuovi rischi e bisogni sociali, per il Laboratorio Percorsi di Secondo Welfare del Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi di Torino. Pubblico articoli sui piani di investimento sociale per la testata on line www.secondowelfare.it e sono ormai prossima PhD in Economics of Production and Development (come progetto sto studiando i piani multistakeholder per il welfare community attuati nella Provincia di Varese).