27
09
2018

LEI – EMANUELA TORNA AL LAVORO COME FUNDRAISER

“Papà guarda che la mamma da domani va a lavorare, proprio come te!”
Non so descrivere l’emozione che hanno suscitato le parole del mio bambino, lo stesso bambino che 8 anni prima mi faceva prendere coscienza che a lavoro non ci sarei più tornata dopo la sua nascita.

Mi chiamo Emanuela, ho quasi 38 anni e gli ultimi 9 li ho dedicati a fare la mamma e tempo pieno di Jacopo e Luca. Nella mia vita precedente (quella prima che arrivassero i figli) ero un’assistente di direzione per un importante gruppo bancario italiano. Il mio lavoro mi appassionava totalmente, amavo ciò che facevo e mai mi sarei immaginata la vita senza lavoro.

I primi giorni di maternità andando in giro per la mia città, totalmente spaesata, mi chiedevo: “ma cosa ci fa la gente in giro a quest’ora?” oppure pensavo “ah! che bello! posso davvero prendere un appuntamento dal parrucchiere di martedì alle 11:00? Incredibile!”. Poi con l’arrivo del primo figlio e solo un anno dopo del secondo (sì, sono un’incosciente) la mia vita stava prendendo una piega totalmente diversa da quella da donna in carriera che mi ero prospettata.
Giorno dopo giorno capii che, soprattutto per le necessità del mio bimbo più piccolo, affetto da una grave disabilità, la mia presenza a casa sarebbe stata fondamentale.

Così, un giorno di fine gennaio del 2014, dovetti andare a firmare le mie dimissioni, mentre raggiungevo l’ufficio del sindacato piangevo di nascosto in metropolitana consapevole che quello sarebbe stato il mio “ultimo viaggio di lavoro” (dopo mi sono subito consolata facendo shopping-terapia in corso Buenos Aires).

Le mie nuove giornate lavorative prevedevano disponibilità oraria T O T A L E: 24 ore su 24, 7 giorni su 7 (peggio del Carrefour Market), essere multitasking, avere grande resistenza allo stress, sostenere conversazioni fatte di monosillabi per gran parte della giornata. Certo, certo è bellissimo fare la mamma a tempo pieno. Vi lascio immaginare la mia faccia ogni volta che qualcuno mi diceva “ah, mai fai la mamma? Ma è il mestiere più bello del mondo”! No comment.
In aggiunta alla normale quotidianità di qualsiasi famiglia con figli piccoli, c’erano le necessità di Luca: fisioterapia 3 volte a settimana iniziata quando aveva pochi mesi, visite, check-up, follow-up, esami, pratiche burocratiche assurde per l’accertamento della disabilità.
Avevo un’agenda fittissima di impegni, due bambini piccoli e tanti pensieri difficili con cui convivere e purtroppo nessuno che mi potesse aiutare, a parte mio marito al rientro da lavoro.
Tornare a lavorare era praticamente un’utopia.
Come avrei fatto a mettere insieme il lavoro con le esigenze dei miei bambini? Ci ho pensato tantissime volte e tutte le volte la risposta era la stessa: impossibile! Così, visto che il piano A non poteva funzionare, sono passata al piano B! E qual era questo infallibile piano B allora? (suspance)
Ehm.. io non lo sapevo! non ne avevo la più pallida idea.

Emanuela Solimeno, partecipante del percorso di riprogettazione professionale LEI, di VitaminaC e CSV Insubria, racconta la sua storia tra no profit, lavoro e fundraising
Ero solo consapevole che avrei dovuto trovare un’attività che mi appassionasse e che mi permettesse di mettere insieme lavoro e famiglia. Questo pensiero mi ha accompagnata negli ultimi 5 anni, ovvero da quando i miei bambini hanno iniziato a frequentare l’asilo e gli impegni riabilitativi del mio piccolo si erano fatti meno pressanti. Finalmente potevo disporre di tempo libero (tra una bronchite e l’altra dei bambini ovviamente). Nel frattempo la nostra vita familiare si faceva sempre più simile a quella degli altri: mattina all’asilo e alle terapie e pomeriggi al parco a giocare!

Vi siete mai chiesti come fa un bambino con disabilità a giocare al parco? Accessibilità pessima, giochi studiati per le abilità di un bambino che può correre, arrampicarsi, saltare, ma anche solo banalmente stare seduto da solo su un’altalena. Ecco, mio figlio Luca non aveva e non ha nessuna di queste competenze motorie. Potevo fare queste scelte:
a) non andare nei parchi evitandoli come la peste;
b) andare al parco e cercare di far giocare lo stesso mio figlio con i giochi presenti (con una gran fatica) e fargli passare i pomeriggi con i suoi amici.

La domanda è sorta spontanea: ma possibile che non esistono giochi per bambini disabili???
Ho iniziato a fare una ricerca e ho scoperto l’esistenza dei parchi inclusivi, ovvero aree gioco accessibili e usufruibili da bambini “con ogni abilità”, cioè che presentassero accorgimenti adatti a bambini in carrozzina, con ridotte capacità motorie o disabilità sensoriali. Urrà!
Quello più “vicino” si trovava a Vercelli, così una domenica di fine novembre tutti in gita fuori porta al Parco Andrea Bodo. Che meraviglia! Rampe di accesso ai giochi, altalene a cestone, altalene con il sedile accogliente e le cinture di sicurezza dove ho potuto far accomodare Luca senza doverlo incastrare e soprattutto senza il rischio di staccargli una gamba.
Il momento più bello è stato quando ho potuto lasciare entrambi i miei figli giocare da soli ed io potevo finalmente godermi la scena da una panchina poco distante. Sogno o son desta? Era tutto vero e Luca era così entusiasta che la prima cosa che ha raccontato ai suoi amici il giorno seguente tutto gongolante è stata: “sono salito su un gioco da solo!”.

La sera stessa, rientrata a Malnate, ho pensato che quel parco dovevamo averlo anche noi nelle vicinanze, a Varese non esisteva nessun parco inclusivo. Ho scritto un post su Facebook in cui ho condiviso le foto dei miei bambini al parco di Vercelli e ho raccontato quanto fosse stata bella quella esperienza e che cercavo volontari per realizzare un parco inclusivo a Malnate con una raccolta fondi. Gli amici si sono subito dati da fare e il giorno dopo uno di questi aveva già contattato il Sindaco per prendere accordi. Per farla breve nel giro di 18 mesi siamo stati in grado di progettare, raccogliere fondi e realizzare il primo parco inclusivo della Provincia di Varese. In soli 8 mesi di raccolta fondi abbiamo raccolto più di 60.000 Euro! Ho lavorato notte e giorno, mentre i miei bambini dormivano o erano all’asilo, mandavo mail, preparavo progetti e presentazioni, partecipavo agli eventi di raccolta fondi, sempre riuscendo a conciliare lavoro e famiglia.
È stata un’esperienza meravigliosa non solo per il risultato raggiunto, ma soprattutto perché aveva instillato in me la speranza che tornare a lavorare sarebbe stato possibile se ci fossero state le giuste condizioni. Visto che l’assistente di direzione senza orari non poteva più essere il mio lavoro, avevo scoperto che occuparmi di raccolte fondi mi piaceva proprio tanto. Dovevo solo capire come farlo diventare un lavoro.

Emanuela Solimeno è tr le promotrici del parco giochi inclusivo di Malnate

Entrando in contatto con diverse associazioni di volontariato ho scoperto un nuovo mondo: il mio lavoro aveva un nome “fundraiser” ovvero la persona che si occupa di raccolte fondi per onlus, associazioni e istituzioni. Si stava delineando sempre di più la mia nuova professione, era il momento di mettere insieme i pezzi e capire come, quando, dove.
Ancora una volta la rete arriva in mio soccorso, tra gli eventi di Facebook più disparati (e disperati) trovo un incontro di presentazione di un Progetto realizzato dal CSV Insubria, con la supervisione di Piano C – Coworking, Cobaby e Community e della collaborazione della Scuola di Coaching Umanistico e di Confartigianato Imprese Varese: “LEI – Lavoro Esperienze Idee”, un percorso di riqualificazione professionale destinato a donne che fossero a casa per la nascita di un figlio o per l’assistenza ad un familiare. Ero io! La mia descrizione precisa.

Fin dal primo incontro ho capito che quello sarebbe stato il mio punto di partenza: avere la possibilità di avere dei professionisti a mia disposizione, che potessero aiutarmi a mettere a fuoco il percorso da intraprendere era un’opportunità preziosissima. Ho mandato la mia applicazione alla Call per poter essere selezionata e in quel momento, dovendo allegare il mio Curriculum Vitae, ho realizzato che erano ben 10 anni che non mettevo mano a quel documento. Che emozione scoprire che ero stata presa! Ogni martedì dalle 9:00 alle 13:00 a partire da maggio 2018 fino ad ottobre avrei avuto un momento condiviso con altre donne, in cui avrei potuto concentrarmi su di me e il mio futuro.

Il primo giorno di corso ero davvero emozionata! Appena arrivata ho conosciuto quelle che sarebbero state le mie compagne di avventura: Milena, Paola, Chiara, Cristina, Ernestina, Silvia, Lara, ognuna di noi con storie e percorsi diversi, tutte accomunate dall’obiettivo di rimettere ordine “ai pezzi del puzzle” (le mie compagne capiranno).

Guidate da Luna Tovaglieri, docente della Scuola di Coaching Umanistico, abbiamo messo a fuoco vocazioni personali, visione, potenzialità, obiettivi, piani di azione. Un accurato lavoro, accompagnato da sessioni di coaching individuali su noi stesse e su ciò che volevamo realizzare.
Gli incontri con Confartigianato ci hanno aiutato a rendere il nostro progetto ancora più concreto attraverso l’utilizzo del Business Model Canvas, uno strumento utile per verificare l’efficacia della propria idea.

Ogni volta che presentavo il mio progetto durante le verifiche periodiche mi rendevo conto di quanto fosse diventato solido e realizzabile: volevo diventare una fundraiser nel settore no-profit, avevo un piano d’azione con tempistiche e passaggi da realizzare, avevo trovato i due possibili corsi specialistici da seguire e dopo questi avrei voluto fare uno stage in un’organizzazione strutturata che si occupasse di temi a cui sono legata (uno su tutti la disabilità). Nella mia testa tutto aveva un ordine ora.

Quando un bel giorno, dopo aver ascoltato il mio progetto per l’ennesima volta, Luna ed Elisa mi lanciano una proposta (indecente): perché non provare da subito a fare uno stage, dal momento che avevo già esperienza come fundraiser con la raccolta fondi del parco inclusivo?
In quel momento ero pietrificata (soffro da sempre della sindrome di calimero) ma come? Senza formazione? Con un briciolo di esperienza? Ebbene sì era il momento di buttarsi.

Il giorno seguente Luna mi ha passato il contatto del Responsabile della Comunicazione e della Raccolta Fondi di Fondazione Renato Piatti Onlus, la stessa fondazione di cui fa parte il centro riabilitativo di mio figlio Luca. Non potevo sognare e sperare di meglio, un’esperienza professionale di valore e che potesse essere utile a mio figlio. Il giorno seguente avevo già un colloquio fissato per la settimana successiva. Era il mio primo colloquio di lavoro dopo ben 10 anni, l’ultimo l’avevo fatto nel 2008 prima di scoprire che ero in attesa del mio primogenito.

Arriva il fatidico giorno del colloquio alla Fondazione Piatti, ero tanto tanto agitata ma anche entusiasta anche solo per aver avuto un’opportunità cosi importante. La tensione si è subito sciolta e il colloquio è diventato uno scambio su quello che reciprocamente avremmo potuto costruire e soprattutto c’erano tutte le condizioni e la disponibilità per far sì che potessi finalmente tornare a lavoro.
Lunedì 17 settembre è stato il mio primo giorno di lavoro e se ci sono riuscita io c’è speranza per tutti!!!

Un Grazie ENORME a Luna, Elisa, le mie compagne di corso e a tutte le persone che in questi anni mi hanno incoraggiata in questo percorso e ai miei bambini che il primo giorno di lavoro si sono raccomandati: “Mamma, oggi è il tuo primo giorno, mi raccomando non farti licenziare e non incendiare niente”

 

Autore: Emanuela Solimeno

Mamma, Caregiver, Volontaria. Dopo qualche anno di stop, cercavo un modo per tornare a lavorare, compatibilmente con i miei impegni di mamma e facendo tesoro delle esperienze maturate come volontaria. Ho partecipato al progetto LEI, riprogettato la mia figura professionale e oggi mi occupo di fundraising.