24
05
2018

La generazione NEET: una risorsa da attivare con politiche di empowerment

I giovani usciti dal sistema formativo senza ancora aver trovato pieno accesso nel mondo del lavoro, noti come NEET (Not in Education, Employment or Training), sono oggetto di attenzione scientifica e pubblica e stimolano una serie diffusa di progetti di studio, di analisi e di intervento da parte di eterogenei soggetti (enti pubblici, associazioni, fondazioni) anche territoriali. Proviamo a fare il punto sull’argomento e capirne un po’ di più.

Innanzitutto circoscriviamo la dimensione del fenomeno. A livello europeo se ne registra un aumento diffuso dall’inizio della crisi economica e le rilevazioni mostrano che in Italia sono presenti il maggior numero di NEET: 2,2 milioni di under 30 e 3,3 milioni nella fascia 15-34 anni. Le analisi, inoltre, indicano che si tratta di una manifestazione complessa – dalle implicazioni psicologiche, educative, sociologiche, economiche e demografiche – di cui vanno indagati le caratteristiche, gli antecedenti e le conseguenze, nonché il ruolo delle politiche. Per quanto attiene i fattori di rischio, vi è un consenso generale in letteratura: la probabilità di divenire NEET è influenzata da fattori individuali e familiari, quali la disabilità, il background di immigrazione e la condizione di disoccupazione o di basso reddito dei genitori.

E’ poi importante sottolineare l’aspetto corrosivo del fenomeno: l’assenza di reddito e di prospettive di vita si associa al differimento temporale di scelte di autonomia, di formazione di una famiglia, di partecipazione civica, di impegno democratico, insomma di piena cittadinanza.

I costi complessivi dello spreco di potenziale giovanile hanno delle conseguenze personali, sociali ed economiche. L’inoccupazione, infatti, comporta isolamento, insicurezza e rischio di lavori sottopagati o illeciti: tutti esiti che implicano spese aggiuntive di previdenza sociale, di assistenza sociosanitaria e di giustizia penale. Il calcolo in termini di propensity score matching mostra che la mancata partecipazione dei NEET al mercato del lavoro comporta, a livello nazionale, una spesa annua di 32 miliardi di euro.

Chiarita l’opportunità per il sistema-paese di disporre della propria componente più dinamica e reattiva per una crescita presente e futura piena, come si interviene? La necessità di concentrarsi sui disoccupati (che cercano attivamente lavoro) ma anche gli scoraggiati (che non cercano un impiego pur desiderando lavorare) e gli inattivi (non più interessati al lavoro) è un obiettivo centrale per le politiche economiche e occupazionali promosse dalla Commissione Europea e sono molti i progetti avviati a livello nazionale e a livello territoriale. Da una rassegna delle iniziative poste in atto emerge l’importanza delle fasi di intercettazione, ingaggio e impatto, soprattutto rivolte ai giovani che, vivendo in contesti molto svantaggiati, ne soffrono le carenze nel supporto e nelle politiche pubbliche e vanno specificatamente individuati e raggiunti con proposte che sappiano riaccenderli, motivarli e rimetterli in moto, rendendoli consapevoli del percorso fatto, delle competenze acquisite e della loro spendibilità sul mercato del lavoro.

Autore: ELEONORA MAGLIA

Svolgo ricerche sui progetti a finanziamento non pubblico di risposta ai nuovi rischi e bisogni sociali, per il Laboratorio Percorsi di Secondo Welfare del Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi di Torino. Pubblico articoli sui piani di investimento sociale per la testata on line www.secondowelfare.it e sono ormai prossima PhD in Economics of Production and Development (come progetto sto studiando i piani multistakeholder per il welfare community attuati nella Provincia di Varese).