07
06
2018
Cos'è l'impresa culturale? ne abbiamo parlato con alcune del territorio di Varese

IMPRESA CULTURALE – fotografia del fenomeno

In Italia, quello culturale e creativo, rappresenta un universo vasto e composito che -complice anche la recente crisi economica- ha subìto cambiamenti rivoluzionari nell’ultimo decennio.

Una fotografia veritiera di questo comparto la scatta Federico Miniotti su “Il giornale delle fondazioni”, rileggendo i dati forniti da Symbola-Unioncamere nel 2017: “il Sistema Creativo e Culturale in Italia conta oltre 1,5 milioni di occupati e un giro d’affari di quasi 90 miliardi di euro, in crescita nel 2016, che rappresenta il 6% del PIL nazionale, a cui si aggiunge un effetto moltiplicatore capace per ogni euro di attivarne altri due sull’indotto (1,78 per l’esattezza), con una ricaduta economica complessiva di circa 250 miliardi di euro, cioè il 16,7% dell’intero Prodotto interno lordo.”

Il primo grande cambiamento che ha investito l’ambito della produzione culturale in Italia, non riguarda tanto gli attori che vi operano (che sono sempre gli stessi: imprese profit, enti no profit e pubbliche amministrazioni), quanto più i ruoli che questi attori ricoprono all’interno dell’ecosistema cultura. Se nel 2001, infatti, oltre la metà (il 52,2%) delle unità locali erano imprese profit, il 39,8% no profit e l’8% pubbliche amministrazioni, nel 2011 il no profit arriva a coprire il 63% dello spettro, relegando il profit al 32,4% e il pubblico al solo 4,5%.
Il no profit si è quindi affermato quale attore prevalente nella produzione della cultura, aggiudicandosi un’ampia fetta della gestione del patrimonio storico-artistico e della produzione di performing arts, spettacoli dal vivo e arti visive.

Giovanni Campagnoli (docente, autore e consulente per hangarpiemonte) definisce questi attori della cultura “La quasi impresa”: ovvero un modello nuovo –a metà strada tra profit e no profit- che coniuga i valori e la passione del volontariato, dotandosi però di visioni e strutture organizzative di matrice imprenditoriale. La quasi impresa -dice ancora Campagnoli- può trasformare la passione in lavoro, ma per farlo ha bisogno di agire in modo imprenditoriale.

Come? Affrancandosi dalla sussidiarietà che da sempre caratterizza gli enti no profit e diventando auto-sostenibile e competitiva sul mercato, indipendentemente da iniezioni esterne di capitali. Ed è proprio questo il secondo grande cambiamento che viene richiesto al comparto culturale nazionale, nonché la sfida maggiore che deve affrontare.

Le quasi imprese già attive, ci raccontano quindi di nuovi paradigmi imprenditoriali e modelli di business, che prevedono una modalità ibrida di sostentamento: un funding mix che comprende sì convenzioni con enti pubblici ed erogazioni di bandi, ma anche –e soprattutto- vendita di servizi, sinergie con enti profit, filantropia 2.0, crowdfunding e tutte le nuove forme di partecipazione digitale nate negli ultimi anni.

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Autore: Elisa Begni

Ho una laurea in filosofia e un'inesauribile curiosità. Mi affascina il mondo della comunicazione -da quella digitale a quella interpersonale- e mi piace ascoltare le storie che le persone hanno da raccontare. Mi occupo della gestione dell'hub, della creazione della community che gli gravita attorno e dell'organizzazione degli eventi.