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04
2020

Donne&lavoro: un percorso ad ostacoli, ma il premio è una maggior produttività

Secondo i dati Istat (2019) in tema di stereotipi di genere, “in condizioni di scarsità di lavoro i datori dovrebbero dare al precedenza agli uomini rispetto alle donne” per il 16,1 per cento dei casi rilevati e, complessivamente, risulta che il 58,8 per cento della popolazione tra i 18 e 74 anni si ritrovi in questo pregiudizio, più diffuso al crescere dell’età (65,7 per cento tra gli anziani e 45,3 per cento tra i giovani), tra i meno istruiti (79,6 per cento tra chi ha conseguito la licenza elementare e il 45 per cento dei laureati) e al Sud (67,8 per cento nel Mezzogiorno e 52,6 per cento al Nord-est). Come si argomenterà con dati nel prosieguo, però, le convinzioni pregiudiziali riportate nell’incipit sono ascrivibili ad un codice primitivo che non supera un esame di realtà.

Infatti, nonostante l’esistenza di barriere all’entrata di genere e di fenomeni di gender pay gap, e, soprattutto in Italia, di politiche di conciliazione vita-lavoro e di equa divisione dei carichi di cura che hanno ancora bisogno di essere compiutamente comprese e realizzate, lo sviluppo culturale ed economico non può prescindere dalla partecipazione delle donne e, affinché questa sia possibile, non può a sua volta prescindere da un sistema che ne consenta l’accesso e la permanenza nel mercato del lavoro.

PERCHÉ È AUSPICABILE CHE ANCHE LE DONNE LAVORINO

Il gap tra generi nel mercato del lavoro è un problema grave che interessa tutti, difatti, posto che le donne conseguono durante gli studi risultati significativamente superiori agli uomini (Istat, 2019), la loro minore partecipazione lavorativa ha ripercussioni negative anche dal punto di vista economico, per il corrispondente mancato contributo allo sviluppo aziendale ed imprenditoriale. In Italia, il tasso di occupazione femminile rilevato dall’Istat tuttora non raggiunge il livello del 60% che, secondo le stime della Banca d’Italia, produrrebbe un incremento del PIL del 7%, ceteris paribus. Inoltre, è stato rilevato dal World Intelletual Property Organization che le donne italiane partecipano meno allo sviluppo di innovazioni (solo il 17% con un potenziale pari al 50%) e, visto che invece uno dei motori della crescita economica è appunto la capacità di modernizzare processi e prodotti, evitare uno spreco di capitale creativo in questo senso è cruciale per l’Italia e potrebbe, ad esempio, avvenire promuovendo la partecipazione femminile nelle materie STEM e, così, nelle specializzazioni industriali nazionali, come l’ingegneria meccanica.

Altri strumenti ad hoc, come ad esempio le Quote di Genere nei Consigli di Amministrazione (previste dalla Legge 120/2011 per assicurare un numero di posti riservati con l’obiettivo di favorire un maggior equilibro per consentire l’accesso al genere meno rappresentato a causa di limiti culturali e nel sistema di welfare familiare) possono essere ugualmente auspicabili per il benessere economico nazionale, posto che le aziende con una superiore diversità di genere con maggiore probabilità (15 per cento) ottengono rendimenti finanziari superiori alla mediana nazionale dell’industria  internazionale secondo i dati McKinsley (2014). In Italia, le Quote Rosa, contestate anche con argomentazioni valide, mostrano per lo meno di aver prodotto un cambiamento di ordine sociologico, visto che la composizione dei board secondo i dati Consob (2018) risulta così di età media più bassa, di livello di istruzione più alto e di provenienza da ambienti formativi e professionali più diversificata. Si tratta di primi elementi positivi che vanno evidentemente corroborati a più livelli, ad esempio anche con politiche che migliorino l’accesso al credito delle donne imprenditrici, posto che secondo il Gender Equality Index diffuso dall’Istituto per la parità di genere, tra i 29 Paesi Ue, l’Italia si colloca al quattordicesimo posto (con un sistema complessivamente carente, fatto salvo solo lo stato della sanità).

 

INFORMAZIONE PER UN CAMBIAMENTO CULTURALE

In questo articolo si è assunto che portare a conoscenza l’esistenza di pregiudizi di genere e il contenuto più comune degli stessi sul binomio Donne&Lavoro, nonché comunicare i motivi per cui invece l’inclusione femminile nel mercato del lavoro è auspicabile, possa corroborare un cambiamento culturale già in atto. A riprova degli effetti positivi delle pari opportunità dal punto di vista economico, infatti, anche astraendo dal contesto nazionale, ad esempio i dati Eige (2017) mostrano che, se la domanda di lavoro per le donne si espandesse tanto che  nell’intera area Ocse l’occupazione femminile potesse avere la stessa incidenza raggiunta in Svezia, il Pil aumenterebbe di 6 trilioni di dollari e che, eliminando simultaneamente le diseguaglianze di genere nella formazione e nella retribuzione, nell’Unione Europea si otterrebbe entro il 2050 un incremento medio di circa il 10 per cento di Pil pro capite e un aumento dei tassi di occupazione di 4 punti percentuali. Tutto quanto illustrato dovrebbe concorrere a far comprendere perché i datori di lavoro non “dovrebbero dare al precedenza agli uomini rispetto alle donne” solo per questioni di genere dei candidati.

 

Autore: ELEONORA MAGLIA

PhD di Economics, attualmente svolge attività di ricerca per il Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi di Torino e collabora all’Osservatorio Nazionale sulle Politiche Sociali dell’Istituto di Ricerca Sociale di Milano. I risultati delle sue ricerche sono stati presentati in occasione di convegni accademici nazionali e pubblicati in riviste scientifiche e in volumi di ricerca collettanei.