01
06
2017
Luci e ombre, pregi e difetti della cultura a Varese

CULTURA: DI COSA STIAMO PARLANDO

Mai come nell’ultimo periodo in città si discute di cultura. Si parla, finalmente, di paesaggio da tutelare ma anche da valorizzare, dei parchi cittadini come bene anche storico-artistico, di rigenerazione urbana attraverso l’attivazione di un polo culturale (presso l’ex caserma Garibaldi ma non solo), di turismo culturale come settore di investimento per la crescita, di come migliorare dal punto di vista quantitativo e qualitativo la fruizione dei musei, e molto altro. Se ne parla sui social, sui giornali, negli uffici pubblici e in quelli privati. Se ne parla al bar!
Bene – direte voi. E lo dico anche io. Bene, benissimo.

Eppure il dibattito sembra essere tanto animato quanto poco informato. Così mi sono trovata a chiedermi, parafrasando Carver: di cosa parliamo quando parliamo di cultura?  E – prima di avanzare una riflessione sulle strategie della politiche culturali, sul paesaggio e la valorizzazione, sulla rigenerazione urbana, sul turismo culturale e la fruizione del patrimonio – voglio capire: Varese è o non è una città di cultura? Come accade spesso la risposta non sembra essere facile e tanto meno univoca. Anzitutto, cosa è o non è cultura?

Cultura alta o cultura bassa, cultura come prodotto o cultura come processo, cultura classica (inevitabilmente elitaria) o cultura pop (in qualche modo market-driven, guidata dalle leggi di mercato)… Non sono certo la prima ad affermare che il termine sia tanto sovra-utilizzato da risultare ormai privo di significato! Alcuni illustri ricercatori, da Kellner a McGuigan, l’hanno intuito ben prima di me. Tuttavia una qualche definizione andrà pur assunta, per iniziare il nostro ragionamento. Idealmente mi piace pensare la cultura come un certo clima, un’aria migliore da respirare che ci rende tutti più sani e più forti, arzilli e vivaci. La cultura è – per me – un fattore abilitante, che ha molto a che fare con la capacità e il talento e con il futuro ben più che con il passato.

La cultura è memoria – e quindi conservazione – ma è anche pratica, partecipazione diretta, fruizione e protagonismo. Cultura è valorizzazione e gestione del patrimonio ma, altrettanto importante, alfabetizzazione artistica, stimolo alla creatività e alla sperimentazione, produzione di nuovi contenuti.

Alla luce di questa accezione di cultura, anima creativa e creatrice della comunità e del territorio, proviamo anzitutto a capire se Varese è o non è una città di cultura e quali possono essere, a partire da oggi, le strategie per il futuro.

Oggi, se siamo o non siamo una città di cultura, è difficile dirlo. Possiamo certamente dire che la città possiede una buona dotazione di quelli che vengono definiti i luoghi della cultura, che è indubbia la presenza di alcune perle ancora non adeguatamente riconosciute se non poco valorizzate: il Museo di Villa Mirabello ha solo 17 recensioni su TripAdvisor, la Villa e collezione Panza molte di più, 444, ma è sempre poco se pensiamo a esempio alla fama e riconoscibilità di luoghi divenuti iconici come Villa del Balbianello, che raccoglie oltre 2.330 recensioni e che due visitatori su tre giudicano “eccellente”. Tutto ciò comporta la possibilità di scenari ottimistici per il futuro. Possiamo anche dire che, dal punto di vista dell’economia della cultura, il territorio ha saputo crescere ed è oggi tra i primi in Italia, grazie alla capacità e al talento dei singoli, qui dove mancano le grandi istituzioni. Ne è un esempio lampante il teatro: il Teatro Periferico e la coppia – di cari amici, ma il mio è un giudizio anzitutto professionale – Angela Demattè e Andrea Chiodi, in cui è facile imbattersi girando i teatri di tutta Italia e non solo: “Avevo un bel pallone rosso” di Angela è stato messo in scena e pubblicato sia in Italia che in Francia, mentre Andrea è assistente alla direzione artistica per la parte prosa del Lac di Lugano.

Ma, almeno sulla carta, Varese non esprime la partecipazione culturale che forse ci saremmo aspettati, ed è seconda a molti altri territori lombardi, oltre che italiani. Un dato che appare tanto più negativo alla luce del fatto che, in generale, l’Italia presenta tassi di fruizione culturale ben inferiori alle medie europee. Un dato che non sorprende, esito di un sistema che ha sempre prediletto la tutela a discapito della fruizione, nonostante a partire dalla metà degli anni Novanta siano state avviate numerose iniziative volte a favorire la partecipazione. Si è trattato però, e in larga parte si tratta tutt’ora, in Italia e nella nostra città, di iniziative concentrate sul lato dell’offerta e non di interventi sul pubblico: la riapertura di musei chiusi in passato, il prolungamento dell’orario di apertura, il miglioramento dei servizi complementari, la realizzazione di eventi speciali (come le notti bianche, le Notti al Museo, le Settimane del Patrimonio) mirati a coinvolgere cittadini e turisti. Decisamente marginali, invece, i progetti tesi a uno sviluppo dell’audience e al miglioramento della fruizione.

In fondo quello che manca a Varese è quello che manca in Italia, per tradizione: l’attenzione alla partecipazione e al protagonismo che caratterizza invece sia le politiche culturali di stampo anglosassone e l’azione dei vari Arts councils, sia il Nord Europa, sia l’ideale francese della pubblica fruizione del valore culturale, derivato dall’ideale illuministico di diffusione simbiotica della cultura e dei valori democratici.

Prossima uscita con dati e riferimenti statistici, giovedì 8 giugno.

Autore: JESSICA F. SILVANI

Mi occupo di politiche e progetti culturali per istituzioni pubbliche e private no profit, e della messa in rete di soggetti: cooperare è la via! Per me cultura è... qualità della vita e crescita sostenibile.