20
04
2020

COVID-19: Fase 2, donne al lavoro per prime?

Il dibattito scientifico e politico su come organizzare la Fase 2 di affronta mento al Covid-19 è tuttora in fieri, dopo aver avuto un avvio istantaneo al lockdown e, in alcune circostanze, aver assunto anche toni accesi (si pensi alle reazioni dei Sindacati nel momento della definizione dei settori da considerare essenziali). Sostanzialmente -e comprensibilmente- le varie categorie sociali hanno sostenuto le proprie ragioni quantificando le conseguenze negative delle chiusure, della soppressione della mobilità e dell’isolamento forzato (secondo le previsioni di Confindustria, ad esempio, se le quattro principali Regioni del Nord che rappresentano il 45 per cento del Pil italiano non ripartiranno nel breve periodo, il riavvio del motore produttivo potrebbe venire irrimediabilmente compromesso).

Definire le modalità operative e capire come avverrà il riavvio delle attività economica è necessario soprattutto visti gli andamenti delle previsioni ascritte ad un lockdown prolungato (per il Fondo Monetario Internazionale, la chiusura di parte delle attività economiche e produttive comporterà una contrazione del Pil globale del 3 per cento e una recessione più grave di quanto innescato dalla crisi finanziaria del 2008). Fra le varie ipotesi, i decisori politici e gli organi scientifici hanno vagliato anche soluzioni differenziate (ad esempio per Regioni), dove uno degli aspetti chiave risulta soprattutto valutare il grado di fragilità rispetto al virus delle diverse categorie da rimettere in campo.

Tra le prime categorie che sono state considerate idonee ad una ripartenza anticipata si sono trovate anche le lavoratrici, per la circolazione della notizia che i dati dell’Istituto Superiore di Sanità indicano le donne come soggetti caratterizzati da una minore propensione al contagio e un tasso di letalità più basso. Nel corso di un’intervista a DiMartedì del 24 marzo (data immediatamente successiva al lockdown), anche la nota virologa Ilaria Capua ha proposto che “tra le strategie di migrazione dal contagio, si potrebbe pensare, quando si ripopolerà gradualmente la forza lavoro, di usare le donne un po’ come se fossero dei semafori rossi, perché ad oggi sembra si infettino meno”.

Su un totale di 124.500 casi diagnosticati, in effetti, il 53,1 per cento appartiene al genere maschile e, tra i deceduti positivi, sono ancora gli uomini ad essere maggiormente presenti. Tuttavia, un’analisi dei dati per fasce di età e dei livelli di occupazione restituisce una situazione differente, in cui le donne sono colpite tanto quanto -se non di più- gli uomini. Al di là delle percentuali complessive, infatti la distribuzione dei casi e dei decessi Covid-19 per genere e per fasce di età decennali mostra che nelle fasce di età 20-29 anni; 30-39 anni; 40-49 anni e 90+ anni il numero di casi di genere femminile è superiore all’equivalente maschile.

Se nella fascia di età superiore a 90 anni, la presenza di un numero di donne più che doppio rispetto al numero degli uomini viene spiegata con la struttura demografica della popolazione, le cause di maggior contagio tra chi ha un’età compresa tra i 20 e i 49 anni potrebbero essere ascrivibili al profilo occupazionale. Infatti, le fasce di età in cui sono le donne ad essere a maggior rischio sono anche le fasce di età in cui il tasso di occupazione femminile e maschile sostanzialmente coincidono e, in effetti, i dati Istat sul tema mostrano che, a fronte di un prevalenza nel mondo del lavoro degli uomini per ogni età, il gap occupazionale di genere segue un andamento crescente per numero di anni nel corso dell’età lavorativa (è minimo tra i 25 e i 34 anni, contenuto fino ai 54 anni e massimo oltre i 55 anni).

L’intervento di Ilaria Capua citato si è concluso con un commento ironico (“così voi uomini trovereste l’ufficio pulito o non trovereste la sedia”) che richiama i risaputi livelli della segregazione occupazionale femminile, un fenomeno che si dimostrerebbe penalizzante per le donne anche durante la pandemia in corso. Analizzando le comunicazioni obbligatorie che riportano i codici Ateco, si nota infatti che le donne sono molto presenti nelle attività considerate essenziali a seguito del lockdown (come il lavoro sanitario e di cura).

Così, i casi femminili Covid-19 positivi in numero inferiore o superiore agli uomini a seconda della fascia d’età sarebbero positivamente correlati alla minore o superiore esposizione al contagio, dovuta al tipo di quotidiano di ciascuna. In uno scenario di questo tipo -e con una distribuzione congiunta per genere e per età nei gruppi di attività lavorative che mostra complessivamente come i due terzi delle donne sono già coinvolte in attività definite essenziali-, forse prima di prospettare un rientro indiscriminato di genere, si dovrebbe effettuare qualche ragionamento ulteriore, perché anticipare il rientro delle donne solo in virtù del genere potrebbe essere un azzardo.

 

FONTI ISTITUZIONALI

 

Confindustria, 2020, Rapporti di previsione

Governo Italiano, 2020, Coronavirus, la normativa vigente

International Monetary Fund, 2020, World Economic Outlook

Istat, 2020, Forze di lavoro, dati trasversali

Istituto Superiore di Sanità, 2020, COVID-19, ultimi aggiornamenti

Autore: ELEONORA MAGLIA

PhD di Economics, attualmente svolge attività di ricerca per il Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi di Torino e collabora all’Osservatorio Nazionale sulle Politiche Sociali dell’Istituto di Ricerca Sociale di Milano. I risultati delle sue ricerche sono stati presentati in occasione di convegni accademici nazionali e pubblicati in riviste scientifiche e in volumi di ricerca collettanei.