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2017

CONCILIAZIONE – UNA QUESTIONE DA ROMPISCATOLE

In fondo, io i datori di lavoro che non vogliono le giovani mamme un po’ li capisco. Siamo delle gran rompiballe. Perché dalla vita vogliamo tutto, e per ottenerlo costringiamo chi sta intorno a noi a venirci incontro: al lavoro e in famiglia, abbiamo bisogno di collaborazione attiva per riuscire ad arrivare in fondo alle nostre giornate ad incastro senza dimenticare in giro nessun pezzo (e nessun figlio). Magari, ogni tanto, avremmo bisogno anche di un po’ di comprensione e di una pacca sulla spalla. Ma non lo ammetteremmo mai.

Siamo delle gran rompiballe e ne subiamo le conseguenze, in un mondo del lavoro che è ancora impostato secondo un modello di famiglia antico, dove solo l’uomo lavora, senza dover rispondere a nessuno dei tempi della propria giornata. Ne subiamo le conseguenze con un welfare ad impronta sostanzialmente familistica.

È stato detto più volte anche nel convegno «Responsabilità sociale d’impresa: un approccio di genere», (leggi qui le mie riflessioni a riguardo) organizzato lo scorso 18 ottobre a Palazzo Estense a Varese da Spi Cgil Lombardia e il suo Coordinamento Donne regionale, in collaborazione con il comune di Varese: la responsabile del Coordinamento Donne dello Spi Cgil lombardo, Carolina Perfetti, ha parlato di un welfare che «si fonda essenzialmente sul lavoro gratuito svolto soprattutto dalle cittadine, che si trovano nel difficile ruolo di dover bilanciare lavoro ed esigenze familiari in un contesto il più delle volte ostile. La dimostrazione: la spesa sociale italiana è un terzo di quella francese, o dei paesi scandinavi». Insomma: difficile portare avanti lavoro e carriera se, come si dice spesso, alle donne si chiede di essere brave madri come quelle che non lavorano e brave lavoratrici come quelle che non hanno famiglia. Senza dare loro servizi “su misura”, ma troppo spesso costosi e ad orari ridotti.

Ma le ragazze che vogliono tutto dalla vita sono parecchio testarde, quindi trovano delle soluzioni. Appoggiandosi alla famiglia, o sfruttando fino all’osso i servizi offerti dal comune, tra pre e dopo scuola, ma anche trovando delle soluzioni creative per conciliare tutto senza impazzire. La mia personalissima soluzione è un mix di vari aspetti: una grossa mano dalla mia famiglia (che comprende, oltre ad un marito con cui vige un alto tasso di condivisione di responsabilità, dei nonni estremamente disponibili ed adattabili), ma anche una buona dose di spirito di adattamento da parte mia. E la capacità di andarsi a cercare, sul lavoro, persone capaci di comprendere le mie difficoltà e aiutarmi a dare il massimo anche come mamma. Così da cronista di provincia senza orari e senza garanzie sono diventata una “comunicatrice sociale”, passando “dall’altra parte della barricata” del giornalismo, e diventando una che le notizie, invece di scriverle, le propone ai giornali. La libera professione mi ha permesso scegliere le realtà con cui lavorare, concentrandomi su quelle legate soprattutto ai miei interessi per il mondo del sociale e della cultura.

Ho cambiato prospettiva: non è stato facile, ma in cambio ho avuto la possibilità di organizzare meglio e con più autonomia i tempi e le persone del mio lavoro. Ho anche scoperto di avere risorse inaspettate: con i tempi della giornata strettamente contingentati, divisi tra lavoro e famiglia, ogni ora al lavoro rende il doppio di prima. E qualcosa nel mondo del lavoro si sta accorgendo anche di questa capacità, che non è certo una mia esclusiva.

Sempre nello stesso convegno di ottobre, ne ha parlato Silvio Aimetti, sindaco di Comerio: nella sua cittadina ha dovuto affrontare il trasferimento della sede di Whirlpool EMEA, la multinazionale che dava lavoro a centinaia di famiglie comeriesi. «La presidente di Whirlpool Emea – ha raccontato il sindaco – al momento di comunicarmi il trasferimento, mi ha detto che Comerio non è più “attrattiva per i talenti”. Ma se gli unici talenti che vogliono sono maschi, giovani e single, in grado di lavorare 14 ore al giorno, allora secondo me c’è da affrontare un altro tipo di problema: i talenti che vengono sprecati». Fortunatamente, se i manager di EMEA ragionano così, ci sono anche manager come Aimetti, che è appunto dirigente in un’altra grande azienda del territorio, e che mettono la conciliazione al centro del proprio pensiero.

Ci sono realtà come Rete Giunca, la prima rete d’impresa dedicata al welfare aziendale in Italia, che pongono l’accento sulla conciliazione pensando non solo alle mamme, ma anche a chi ha carichi di cura in generale, dai disabili agli anziani: tredici grandi imprese del Varesotto aderiscono a questa filosofia aziendale.
Non solo: casi come quello di Ikea, ultimamente apparsa su tutti i giornali per aver discriminato una madre in difficoltà per un cambio d’orario, dimostrano come sia importante, anche per le grandissime aziende, una politica “family friendly”. Per mantenere alta la reputazione verso un pubblico di consumatori che ha ancora una capacità critica, ma anche perché un posto dove è più facile conciliare lavoro e vita privata attira, inevitabilmente, i migliori talenti. Tutti, non solo i “giovani maschi single”.

Il clima aziendale, insomma, conta, e più è vicino ai bisogni che i dipendenti hanno anche fuori dal lavoro, più otterrà lavoratori motivati, quindi produttivi.

Qualcosa si sta muovendo, quindi, a favore di chi ha carichi di cura e vuole (o è costretto) a lavorare. Quello che si deve muovere davvero, però, oltre al mondo del lavoro, è la cultura familiare. La mia esperienza personale è purtroppo un esempio ancora troppo isolato: le mie bambine spesso hanno avuto i pannolini cambiati e i biberon scaldati anche da mani maschili. Ma più mi guardo intorno, più mi rendo conto di quanto questo tipo di ménage, che per noi è stato naturale, rappresenti un’eccezione. La domanda l’ha posta, sempre durante il convegno del 18 ottobre a Varese, anche Valentina Cappelletti della segreteria regionale Cgil: «Perché dovrebbero essere solo le donne a farsi carico del lavoro di cura di bambini, anziani, soggetti deboli della famiglia? Cosa viene fatto, davvero, per coinvolgere gli uomini in questo tipo di responsabilità?» Già, cosa viene fatto?

Non è solo una questione di educazione familiare, ma anche di stereotipi di genere da infrangere anche attraverso azioni mirate a scuola, nelle varie agenzie educative e anche attraverso un nuovo linguaggio dei media. Una questione che va oltre la conciliazione, e arriva alla visione della donna nella società, passando per la mentalità che ci vuole relegate ancora ai ruoli “tradizionali” e strettamente separati: o sposa, o “poco di buono”. Una dicotomia superata dalla storia e dalla realtà, ma ancora presente in troppe menti.

 

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Autore: CHIARA FRANGI

Giornalista “2.0”, la mia passione e professione è la comunicazione per il sociale. Associazioni no profit, realtà del welfare, progetti per la crescita del territorio dal punto di vista culturale, sociale, di rete: sono le realtà di cui mi occupo. Dopo diversi anni come cronista locale, ho deciso di mettere a disposizione la mia professionalità per quelle realtà che si occupano di persone, ambiente e cultura. Racconto le loro storie attraverso giornali, siti web, social media, cercando di presentarle sempre dal punto di vista più attrattivo per chi normalmente non si interessa di questi temi. Comunicazione che è ufficio stampa, riorganizzazione dello story telling, ma anche organizzazione eventi.