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2017
Eleonora Maglia, hubber di VitamianC - Hub sociale del lavoro condiviso, ci spiega con i dati la situazione dell'imprenditoria giovanile a Varese

Auto-imprenditorialità giovanile in Provincia di Varese: quali caratteristiche sono rilevanti e come renderle profittevoli

Oggi proviamo a comprendere le attuali traiettorie del contesto sociale e competitivo provinciale per isolare alcune leve cruciali su cui costruire una mappa mentale strategica, utile a individuare e realizzare il proprio posizionamento lavorativo.

Dalle analisi quantitative realizzate sul tema da Università e Associazioni datoriali locali, è possibile innanzitutto comprendere i valori, gli atteggiamenti e gli orientamenti che guidano i soggetti di età compresa tra 18 e 40 anni nella gestione delle proprie attività di riferimento.

I dati restituiscono come i giovani siano attenti alle competenze (85% del campione) e alla profittabilità di lungo periodo (70%) e mostrino una elevata propensione a sperimentare e a ragionare su progetti sfidanti (70%) e una forte sensibilità agli investimenti in Corporate Social Responsability (60%).

Confrontati con le risposte date dai senior, i valori socio-emozionali espressi dagli under 40 mostrano come, rispetto alla generazione precedente, ci sia un riposizionamento consistente a scapito dell’attaccamento e del senso di appartenenza all’azienda, che diventa ininfluente in modo consistente (70% dei casi) qualora sia di ostacolo all’economicità.

Queste evidenze empiriche aiutano ad identificare dei punti di forza – elevata formazione, professionalità, creatività, propensione al rischio e alla crescita e attenzione a relazioni durature con gli stakeholder – che sono associabili al concetto di innovazione. Ma, per utilizzare al meglio queste virtuose caratteristiche è necessario, prima, considerare se l’ambiente di riferimento sarebbe ricettivo alle variabili isolate. Secondo i dati Istat, le aziende italiane sono per il 72,1% familiari e in Provincia di Varese il contesto proprietario è molto concentrato. In questa situazione diventa dirimente il concetto di open innovation, secondo cui le imprese necessitano di fonti esterne di conoscenza per intraprendere l’introduzione di nuovi prodotti e servizi e l’ingresso in nuovi mercati.

I nuovi entranti potrebbero, quindi, effettivamente, proporsi come agenti di cambiamento ed essere coinvolti nello svolgimento di attività di promozione e di supporto all’innovazione, fornendo un alto contributo in termini di performance, con crescenti responsabilità direzionali e gestionali fino a funzioni leader. Per focalizzare ulteriormente, la modalità di collaborazione più promettente, secondo i dati provinciali, risulta essere la tipologia scientific partner, viste le limitate collaborazioni continuative delle aziende con Università e Centri di ricerca (5% del campione analizzato).

Autore: ELEONORA MAGLIA

Svolgo ricerche sui progetti a finanziamento non pubblico di risposta ai nuovi rischi e bisogni sociali, per il Laboratorio Percorsi di Secondo Welfare del Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi di Torino. Pubblico articoli sui piani di investimento sociale per la testata on line www.secondowelfare.it e sono ormai prossima PhD in Economics of Production and Development (come progetto sto studiando i piani multistakeholder per il welfare community attuati nella Provincia di Varese).